Aut Out Aut 2024

Panoramica Seconda Edizione 2024

La seconda edizione del Festival Letterario segue le orme della prima ma con tante novità e un calendario eventi sempre pià ricco. La seconda edizione del Festival si è svolta dal 5 al 12 dicembre 2024 ha visto la partecipazione di sempre più persone aderenti al progetto in qualità di autori, scrittori e musicisti e come pubblico.

Da questa seconda edizione viene individuato un fil rouge dedicando il Festival ai racconti di Franz Kafka e ad alcuni dei suoi personaggi che hanno così preso vita lungo il percorso del festival, fra i libri e le performance di presentazione.

Quelle del Festival Aut Out Aut non sono state e non saranno mai delle semplici presentazioni di libri, ma delle vere e proprie performance negli spazi che le ospiteranno, laboratori di invito alla lettura, di musica e teatro nelle biblioteche e nelle scuole, rivolti a tutti, anche ai bambini. La novità della seconda edizione prevedeva anche le colazioni letterarie con gli autori.

Highlights fotografica

I video riassuntivi della seconda edizione

Diario di Bordo della seconda edizione

Giorno 01

10 DICEMBRE 2024 – Cagliari, Palazzo Siotto

Cagliari, Palazzo Siotto

La 2°edizione di Aut Out Aut è stata dedicata a Franz Kafka e ai personaggi di alcuni suoi racconti che hanno ispirato le performance teatrali e letterarie per tutta la durata del festival. Non ben tratteggiati nei loro contorni, offrono spunti interessanti per rivedere lo sguardo sull’altro, per rompere gli schemi sociali già dati del riconoscimento, che può concentrarsi sullo sguardo e sulle emozioni dell’incontro senza pregiudizi nel dover per forza giudicare chi non è come me, diverso e qualificarlo in categorie ben specifiche.

Nella letteratura kafkiana dei racconti, esiste un’attesa che si estende oltre il già dato e aiuta a ripercorrere i confini dell’essere vivente, anche non per forza umano (vedi La Tana, La Metamorfosi, etc.).

Proprio con il Ritratto di Franz Kafka di e con l’attore, regista, Senio Giovanni Barbaro Dattena ha avuto inizio la prima giornata.

Il piccolo attore Leonardo Diana ha interpretato il protagonista del romanzo di Alberto CapittaLa tesina di S.V. interagendo con l’autore fra le sedie sparse della sala in percorsi non ben definiti.

Il pubblico è arrivato numeroso e freneticamente ha rallentato, costretto a sedersi spesso fra le difficoltà di una postazione che ha reso diverso l’ascolto visivo della rappresentazione. Come trovarsi in un ambiente in cui il disturbo autistico rende tutto conforme ad alcune delle sue caratteristiche: la corsa dell’arrivo che si frena dinanzi il disorientamento del soggetto in uno spazio in cui ci si deve arrendere all’attesa che l’altro ci accolga, il senso inverso del percorso in cui si entra e che non spiega dove e come sedersi per l’ordine diverso della disposizione delle sedie che si danno le spalle, a volte, che si guardano, o che si dispongono in un cerchio inspiegabile. Tutto è strano, se quello che ci si aspetta è sempre la “normalità”.

Le solitudini si confondono in quest’incontro dal profumo poetico fra l’autore e il suo alter ego in un riflettersi reciproco di emozioni che portano al riconoscimento delle parti del sé.

Lo studente liceale S.V. racconta, in una tesina esposta alla classe, della ricerca di un pallone finita per caso oltre la rete di un campetto di periferia, durante una partita di calcio con gli amici. La palla fuggiasca è il titolo della performance in cui un ragazzino tiene in mano la palla che ha inseguito per la durata della storia del libro, dopo averla perduta, ma non riesce a tenerla ferma fra le mani. Il suo andare è il fluire inarrestabile della vita.

È l’incontro fortuito con il riconoscersi e il rispecchiarsi in quell’oggetto: è il suo modo di conoscere il mondo che non lo sente.

Kafka ritorna fra le parole del poeta Alberto Lecca, nella performance Lettera a Franz Kafka con l’attrice Marisa Caruso. Un capitano claudicante attracca in un porto che non c’è. Lo spazio indefinito è il suo stesso confine. Qua crede di incontrare lo scrittore praghese e lo porta con sé fra i fantasmi della letteratura, fra gli altri assenti che rimangono legati e vivi alle loro opere immortali. È un percorso fra le sedie disposte nel segnare un labirinto che non porta da nessuna parte, in cui Kellerman, questo l’alter ego del poeta, è stabile su una sedia a rotelle spinta da una figura femminile, la cui sola espressione del viso è quella della fissità fra lo sguardo che spazia senza un senso apparente. Qua incontriamo lo stupore della diversità, l’andar oltre gli schemi sociali che solo l’immaginazione dell’arte poetica può indicare. Kafka va incontro al suo interlocutore: nella sua assenza, lo accoglie e lo riconosce nonostante la distanza temporale che li divide.

Tocca a Mario Barbi, il protagonista di Romanzo senza umani di Paolo Di Paolo riportare la presenza in una realtà sociale in cui le relazioni subiscono l’oltraggio del tempo, dove la fisionomia dell’altro cambia attraverso le sue reazioni all’incontro con i suoi simili. Quanto rimane della vita che ci appartiene, se il passato la trasforma in un futuro in cui non ci riconosciamo? Mario Barbi, storico di professione, è un uomo che cammina lungo la riva di un grande lago tedesco. È partito all’improvviso per piombare nella vita di alcune persone che non vedeva da tempo. Lui preferirebbe stare dall’altra parte dell’incontro, quella in cui si aspetta il primo passo dell’altro che arriva, forse, nel momento meno opportuno dopo quello giusto. È una questione di coincidenze e di sensibilità.

L’altro chi è, se non colui nel quale ci riconosciamo o da cui scappiamo per non riconoscerci?

Chiude la serata, la presentazione della rivista di cultura poetica Erbafoglio, a cura della redazione, del numero di novembre Macchine. Quali ingranaggi si celano fra gli automi del mondo in cui viviamo? Quali comportamenti si reiterano nelle nostre relazioni? Quanto, ancor, possiamo dirci umani? Ripetiamo uno schema che non prevede la diversità, se non per tollerarla.

Giorno 02

11 DICEMBRE – Cagliari, Teatro Houdini

La sensazione di essere vivi può generare la più intensa felicità o essere oggetto di paura o infelicità. Spinoza ha dato a questa sensazione il nome di conatus: una tensione che attraversa il nostro corpo e la nostra mente, e da cui dipendono ogni virtù e ogni vizio. Tutto nasce da qui: le paure e i desideri, il fatto che si viva o si sopravviva. Emanuele Dattilo, apre così, affrontando questi temi, la 2° giornata del festival, in un teatro dove l’illusione di esserci lascia il posto alla presenza. Il suo libro La vita che vive è racchiuso in un incontro col pubblico, una lectio magistralis proprio su Paura e Desiderio. Le sedie sono sempre sparse e riunite, a volte, da logiche che si perdono nel pensiero, e il pubblico è chiamato ancora una volta alla pazienza dell’incontro nel riempire la sala in spazi non convenzionali. Silvia Bre, sale sul palco circondata da domande che scavano nella ripetizione di una ecolalia del concetto di silenzio che riecheggia nel libro Le Campane attraverso la forte interpretazione dell’attrice Maria Loi di alcuni suoi versi. E le campane rimbalzano da lontano, come degli oggetti che si riconoscono di un’anima loro, sempre sorde agli altri rumori che diventano suoni se ascoltati, non sentiti: sono corpi. Le campane sono l’altro che si avvicina da lontano, che quando si incontrano, nelle pause, si baciano al rintocco del suono che sospeso ritorna, continuamente finché il vento non lo placa e qualcuno non torna per dargli voce. E’ musica ininterrotta, se tesa dal gesto di una mano che le tocca nelle corde immaginarie della melodia. Romina Vargiu e Marisa Caruso del Muse Teatro vagano con fare circospetto intorno alla poetessa che inquieta il suo spirito tormentato da sguardi inappropriati e fuori contesto delle due attrici che, vestite di particolari, interrogano la poesia. Le stesse circondano Ida Travi, come dei Tolki che si materializzano fra le parole che girano su se stesse. È un mondo nuovo, questo, eppure le voci di questi “parlanti” lo attraversano avvolgendo il senso nel verso contrario della percezione: il sentire è di ognuno di noi e di ognuno di loro. La percezione dell’altro va al di là dell’ovvio, deve varcare i limiti dell’apparenza e lasciarsi stupire dallo stupore. Le immagini dei Tolki gravitano nel linguaggio che ne genera innumerevoli, dimenticandosi del già detto, del già scritto e de già udito nel tempo. È la voce della poetessa e viene dal pubblico, non dal palco, fra la gente riconosce la gente, fra questi esseri che parlano, che esistono solo nella percezione, si accompagna per andar via da una morsa autistica che ritorna. C’è l’Arcobaleno all’orizzonte, ed è quello scritto da Donatella Bisutti interpretato da Felice Montervino, in un’intensa performance che accompagnerà l’incontro con il giornalista Massimiliano Messina di nuovo sul palco del teatro in compagnia della poetessa, in un call & response con il fondo della sala in cui l’attore recita sotto una piccola luce di scena. Il pubblico è ormai parte di un tutto che sa di rappresentazione: si alza, cambia posto, va via, ritorna, e sta fermo cambiando la prospettiva del suo sguardo. Erano le ombre degli eroi è il libro che la Bisutti porta al festival. Nel Mito spezzato e ricomposto da molti frammenti, di profondità contraddittorie, di stravolgimenti necessari che annegano l’istante, veniamo così immersi in Tebe e Giocasta, Edipo, Tiresia, Elettra e altre Ombre, ma questo viaggio nel tempo accende la coscienza che non siamo mai partiti. Il Mito spezzato è un filo che nelle pause regge il silenzio di una tensione che ci porta ad aspettare un passato che non potrà mai più ritornare. Il tempo sembra un viaggio altalenante, dove più si rincorre l’attimo, più si rischia di non riconoscersi. Se il passato è speranza, in un futuro avrebbe senso ancorarsi alle pause. Non esiste alternativa al riciclo dell’essere umano che si assimila, che sfida il presente dimenticando il passato, affogando in se stesso il rifiuto dell’altro.

Giorno 03

12 DICEMBRE 2024 – Iglesias
Iglesias Il percorso del festival prosegue nella città che ha deciso di far crescere il progetto Aut Out Aut all’interno delle sue mura, per creare una frase urbana ricca di significati simbolici che leghi la popolazione agli spazi che la ospitano, per lasciar libere di essere le sue diversità fra le molteplici caratteristiche che la compongono. La Dolce Vita – lounge bar, la miniera di Monteponi, la sala Remo Branca, il teatro Electra e la biblioteca comunale sono stati i luoghi scelti per creare una dinamica che tenesse viva la partecipazione del pubblico agli eventi culturali del festival. Fondamentale è stato il coinvolgimento dell’Associazione Amici della vita e di molti dei suoi iscritti che hanno partecipato attivamente sia alle performance durante le presentazioni dei libri, guidate dal regista Senio Giovanni Barbaro Dattena, che in qualità di pubblico presente. Impagabile, l’impegno profuso dall’Assessora alle politiche sociali Angela Scarpa che, nonostante l’amministrazione non fosse abituata ad eventi del genere, ha garantito la massima disponibilità economica, logistica e organizzativa, grazie alla collaborazione di Iglesias Servizi, anche nelle persone di Marco Vacca e Attilio Usai e delle guide che hanno permesso gli spettacoli in miniera. Miniera di Monteponi, ore 16.30 La location si presta ad essere vissuta in una narrazione letteraria che trasporta i partecipanti all’interno di performance del camminare lungo un viaggio interno a noi stessi. Nell’immaginare di oltrepassare le pareti del buio che compongono la miniera, fra le luci già presenti e quelle portate dalle guide, ci si immerge ne La Zattera sui Monti di Fernand Deligny e il suo insegnamento che porta a concepire il lasciar stare e il lasciar essere dei ragazzi autistici per quello che sentono, senza il giudizio sociale che li opprima. Nicola Turrini ci trasporta dentro le ligne d’erre – impropriamente tradotte in italiano come le linee d’erranza – quei tracciati che conducevano sia i ragazzi “altri” che gli operatori del centro che gestiva Deligny, nel percorso che lo stesso indicò come libertà di espressione e del vivere nella diversità del linguaggio, fino al silenzio. Quale luogo più opprimente e claustrofobico di una miniera, che ha visto la sofferenza del lavoro ad ogni costo liberarsi delle sue catene e diventare un momento di riflessione e di cultura mineraria imprescindibile per capire il vero senso della vita? Per Fernand Deligny, i ragazzi autistici dovevano esser capiti per quello che erano, ognuno nel suo percorso. Sala Remo Branca, ore 18.00 Si ritorna nella location che ha visto Aut Out Aut affascinare con le sue modalità il pubblico partecipante alla prima giornata dell’edizione del festival dello scorso anno. Sedie dislocate e sparse per l’intera sala senza un perché e lontane dalla classica disposizione, per ottenere quel disordine emotivo che stimola la riflessione sul già dato, l’ovvio e il “normale” che sia. Questa volta, in collegamento c’è Alberto Vanolo che presenta La città autistica, la sua idea di inclusività che deve offrire le necessità dell’altro a partire dall’empatia e dal sentire comune. Con la partecipazione della prof.ssa Roberta Fadda del Dipartimento di Psicologia, Pedagogia e Filosofia dell’Università di Cagliari e l’architetto Enrico Chirigu, il dialogo si è spostato sulle possibilità che la stessa città di Iglesias potrebbe offrire. Nel mentre, l’attore Senio Giovanni Barbaro Dattena ha trascinato il pubblico in alcune delle città invisibili di Italo Calvino, raccontando la fantasia come strumento per andare oltre le barriere del possibile. Teatro Electra, ore 19.00 E’ l’autrice di Guida galattica per persone autistiche e Autistiche, Clara Tornvall ad aprire il collegamento col teatro e le persone presenti, complimentandosi per l’iniziativa e augurandosi che anche nella sua Svezia potesse nascere un’iniziativa come Aut Out Aut che collega i diversi linguaggi dell’arte per creare nuove possibilità di espressione per tutti coloro che non riconoscono come unica e valida quella del semplice linguaggio sociale. La Tornvall ha scoperto il suo autismo in età adulta, attraverso la letteratura e la poesia, grazie ad autrici come Emily Dickinson. Anche qua, il prezioso sostegno della prof.ssa Roberta Fadda, in veste anche di interprete, ha dato modo di interrogarci su come il riconoscere l’altro, se differente nelle caratteristiche comuni, sia un problema di accettazione della diversità come ricchezza e approfondimento culturale. E degli outsider nella musica – quell’out che separa i due Aut nel nome del festival deriva proprio dall’abbreviazione di questa parola inglese – racconta il libro Il rock di padre in figli del compianto giornalista e dj di Virgin Radio Massimo Cotto. Attraverso le parole e le canzoni di gruppi come Velvet Underground, Joy Divison, Elvis Presley interpretate dall’amico dell’autore Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus, accompagnato da Raoul Moretti all’arpa elettrica e Ludovico Sebastian Muroni alla tromba e al corno, la serata ha preso la piega del ricordo, come sequenza temporale di un vissuto che trascina il suo insegnamento oltre un presente sempre più povero di stimoli. Ed è di quella libertà di sentire se stessi nell’arte della musica “altra” che racconta a suo figlio il padre Massimo che riesce a trovare il bello anche dove sembra non esserci.

Giorno 04

13 DICEMBRE – Facoltà di Studi Umanistici – Università di Cagliari e Iglesias

Facoltà di Studi Umanistici – Università di Cagliari, ore 10.00

A causa dell’allerta meteo per la mattina del 12 dicembre, abbiamo dovuto accorpare i due interventi previsti in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia, Pedagogia, Filosofia in un’unica mattinata, il 13. Sia l’incontro con Gianluca Solla e il suo libro su Walter Benjamin che quello con Nicola Turrini e il suo libro su Fernand Deligny si sono tenuti, susseguendosi, con il coordinamento della prof.ssa Roberta Fadda. Benjamin, autore importante per il tema dello studio del particolare, delle soglie e dell’interesse per la vita degli oggetti, racconta i Passages di Parigi come un luogo dell’anima in cui tutto torna e può esser visto sempre in un’ottica diversa, come diversi sono gli sguardi che li popolano e che oltrepassano i suoi confini. Deligny, maestro elementare, osteggiato dai pedagogisti, dai filosofi, entra di fatto e di diritto fra i banchi dell’Università, per rompere quegli schemi accademici che riducono spesso il pensiero libero in mero oggetto di studio.

Iglesias

La Dolce Vita, Lounge bar, ore 10.00

Le colazioni letterarie

Christian Castangia, maestro elementare dallo sguardo altro, incontra la poetessa Donatella Bisutti e la poesia del suo libro di aneddoti Ogni rosa ha le sue spine e del potere delle parole, della forza che hanno nell’essere uno strumento fondamentale per la riuscita del linguaggio dell’incontro.

Miniera di Monteponi, ore 16.30

Grazie al lavoro del regista Senio Giovanni Barbaro Dattena, Monteponi diventa per un’ora un luogo ancora più misterioso in cui un essere vivente, non si sa se animale o umano, percorre lo spazio in un parlare frenetico, come nel racconto di Franz Kafka La Tana, dove il nemico da cui si sente perseguitato è in realtà dentro se stesso.

La metamorfosi viene rappresentata attraverso il corpo della danzatrice Luana Maoddi che raccoglie la sua trasformazione in un insetto nell’idiosincrasia con le pareti e l’ambiente interno alla miniera.

Gianluca Solla, racconta un aneddoto della vita di Kafka, narrato nelle lettere a Felice Bauer, dell’incontro con la statua di marmo di un nano a grandezza naturale nella chiesa gotica di Santa Anastasia che porta una fonte battesimale con un’espressione di gioia in viso. La diversità e lo stupore nel scoprirla lì dove forse non è concessa, racchiude un momento delicato e intimo del riconoscersi con l’altro, anche se raffigurato e non umano.

Sala Remo Branca, ore 18.00

Dal teatro Electra, ci spostiamo presso la sala Remo Branca a causa del riscaldamento non funzionante e delle temperature rigide del giorno prima. L’incontro partecipato con Daniele Serra e il suo Visioni è un laboratorio aperto a tutti sul tema dello sguardo che nasce dall’ombra.

Il riconoscersi è il momento in cui l’altro incrocia i miei occhi. Nei personaggi informi di Daniele (e in quelli dei racconti di Kafka), è solo lo sguardo ad essere presente nella sua interezza. Proviamo a disegnarlo con il pubblico presente e numeroso. Consegniamo ai più delle cartelle su cui poggiare un foglio e una matita senza gomma, mentre altri partecipano con il loro materiale, come da nostre indicazioni. Ludovico Sebastian Muroni, il braccio destro di Daniele in questo “agere”, passa fra le sedie disposte intorno a lui e dà delle indicazioni mentre l’autore risponde alle ormai temute domande del direttore artistico.

Donatella Bisutti, di seguito, incontra Francesco Occhetto sul suo testo Le parole magiche che introduce la splendida antologia sui poeti iraniani curata anche da Francesco stesso. Le letture in lingua farsi sono di Mostafa Ghoratolhamid, in italiano di Gilberto Ganassi. Cogliere le immagini dell’altro in Medio Oriente, sentire una diversa solitudine nei versi, è un abbandono al destino del poeta che sa di esistere per quel poco che basta a non esserci più.

Tocca ad Aldo Nove cimentarsi con il suo alter ego Antonello Centanin lungo il suo percorso nel libro Pulsar. È una sequenza temporale che parte dalle origini di una vita, percorrendone lenta i primi anni, dimenticando gli ultimi in una controversa disamina, senza fine. C’è un dialogo con se stesso che si articola in frammenti kafkiani, che parte da un cortile tana del protagonista in cui la madre era pelle che cominciava dove finiva il rumore di gallo schiacciato di una fabbrica vicina, in cui la nonna mangiava zuccherini colorati da una scatola di colore verde, rosso, arancione e giallo, muovendo pianissimo la lingua. È un ricordare per immagini, quei frammenti che ne costruiscono gli spigoli.

Prende la parola Silvio Raffo, altro grande outsider della serata, col suo romanzo I tuoi occhi nel buio in compagnia di Christian Castangia e la performance diventa lo stesso autore che si inserisce nella trama del suo linguaggio per estrarre dal cilindro un altro sè stesso.

Giorno 05

14 dicembre – Iglesias

Iglesias

La Dolce Vita, Lounge bar, ore 10.00

Le colazioni letterarie

Silvio Raffo presenta L’io escluso, una performance poetica sul significato dell’esclusione, del non essere accettati, del sentirsi diversi ma con qualcosa da dire a se stessi e al mondo. Fra i suoi versi e quelli di alcuni importanti poeti dimenticati dall’establishment ufficiale.

Miniera di Monteponi, ore 15.30

Francesco Occhetto porta nella tana di Franz Kafka i versi inediti delle poetesse iraniane che dal carcere in cui sono rinchiuse scrivono poesie di libertà che superano le barriere della prigionia. L’attrice Maria Loi e i Brigata Stirner sostengono la performance con insonorizzazioni e letture, e la chiudono con un tributo toccante dedicata alla Palestina.

Castello Salvaterra, ore 17.00

Al Castello, ci accoglie una mostra sugli strumenti di tortura ai tempi dell’Inquisizione che ricorda in parte l’ambientazione del racconto Nella colonia penale di Franz Kafka, con una gabbia in cui uno scheletro rievoca quella del Digiunatore. Ci spostiamo al piano di sopra, dove Gianni Usai racconta il suo romanzo Il peggiore in compagnia di Christian Castangia dentro una stanza che ricorda la scatola di una macchina fotografica.

Corrado Gremioli, il protagonista, è in coma e viene sottoposto alla procedura di estrazione dei ricordi, in un futuro prossimo in cui la tecnologia è in grado di leggere la memoria degli esseri umani, e un algoritmo è in grado di giudicarne la condotta per stabilire chi abbia diritto alle cure. Gremioli è un fotografo, e con la sua camera ha, fra l’altro, racchiuso con interesse morboso gli attimi dell’imperfezione e della diversità umana; gli stessi che erano presenti in quella stanza del Castello, stretti e inscatolati, fra un pubblico eterogeneo.

Sala Remo Branca, ore 18.15

La performance La difficoltà della condivisione di Silvio Raffo apre il dialogo fra il poeta e l’attrice Maria Loi per la presentazione della silloge L’estasi insicura che nella sua tradizionale anticonformista liricità, spiega con la condivisione del gesto dell’incontro la sua innata propensione all’essere se stesso, in un mondo dove l’omologazione tende sempre più ad una presunta normalità ormai non più facilmente riconoscibile.

Il piccolo attore Leonardo Diana prende la scena interpretando il ragazzino protagonista del romanzo di Alessandro De RomaGrande terra sommersa, interrompendo il racconto dell’autore di continuo, come a voler ribadire la presenza dell’attimo dell’esserci, nonostante un futuro che incombe inesorabile fra le parole che scorrono. Le continue dissonanze di Leo che si accordano fra loro, hanno l’effetto di scombinare il narrare di De Roma che si fa rubare la parola partecipando al gioco con grande stile e sensibilità. Si parla di un ragazzino rimasto solo con i suoi sensi di colpa, in una vita che lo priva degli affetti più cari facendolo sprofondare dentro quel sé rimasto orfano di ciò che credeva di essere stato. Una storia di assenze, di vuoti che trascina la solitudine ad incontrarne altre, fino a quella presunta rinascita che spiega le sue ali sul proseguo dell’esistenza.

Bianca Pitzorno, in collegamento streaming, prende la parola per raccontare le storie degli animali che l’hanno accompagnata nella vita. Alessandro De Roma conduce la chiacchierata che verte sull’altro essere vivente in relazione all’uomo, che cerca di carpirne l’essenza nel rispetto delle parti, cosa che non sempre avviene. L’autrice stessa si pente di aver avuto dei rapporti di scarsa sensibilità nei confronti di gatti, tartarughe e altri piccoli amici che guidati da un sentire sociale omologato non le ha permesso di riflettere adeguatamente sull’importanza del riconoscersi, sul vero significato dell’altro, chiunque esso sia. Un passaggio verte su un altro libro caro alla Pitzorno, Il sogno della macchina da cucire, in cui il gesto ripetuto di una sartina, riusciva a creare relazioni fra gli esseri umani in attesa di un prodotto che rendesse speciali i loro momenti più importanti.

Chiude la serata il premio Strega per la poesia, Stefano Dal Bianco con l’attrice Maria Loi. È un libro che fa compagnia Paradiso, forse per questo suo invitare alla quiete a rasserenarsi ancora, senza sprofondare nella noia di un paesaggio che porta il particolare a essere differenza. E il cane Tito abbaia il buio fra gli stecchi, quel nemico nascosto e invisibile nel bosco. Lui però lo sente, come il personaggio del racconto La tana di Franz Kafka che non sa di essere lui stesso. È quel filo di ragnatela che taglia la faccia, o un altro filamento che non deve essere importante, anche se da parte a parte, ci attraversa veramente. La strada da percorrere non spaventa le solitudini, se all’unisono si seguono passo dopo passo. Lanciare un sasso e poi un altro e un altro ancora, questo gesto che si ripete, questa distanza che si definisce col lancio fra il braccio che tende e il sasso che arriva, quanto può essere lunga? Delimita un confine del rapporto, che lascia liberi i perimetri di aprirsi e far entrare l’attesa che accoglie i protagonisti per fissarli in un’immagine d’insieme.

Giorno 06

14 DICEMBRE

Iglesias

Le colazioni letterarie

Stefano Dal BiancoFrancesco OcchettoSilvio Raffo e la redazione della rivista poetica Erbafoglio, con Antonello Zanda e Alessio Liberati si incontrano per regalarci altre poesie recitate per una chiusura festival che sa di malinconico arrivederci.

Iglesias – Piazza Municipio, ore 17.00

Il pomeriggio, gli allievi del laboratorio del regista Senio Giovanni Barbaro Dattena, invadono piazza municipio e le vie del centro cittadine con una performance intitolata Outsider in cui l’incontro fra persone più disparate tende ad un abbraccio non percepito, tenuto a bada fino all’esplodere dei sensi, in un contatto figlio di un riconoscersi.

CineTeatro Santa Barbara, ore 18.30

Evento Extra

La proiezione del film di Tore MancaErkinder non ha potuto essere per dei problemi tecnici della struttura della location.

“Lo sguardo, il filo, l’attesa”, ispirato ai personaggi dei romanzi e del teatro di Samuel Beckett

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